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Tutta la Fiscalità e le Imposte da Pagare sul Trading Online e sul Forex

Il trading è un'attività bellissima, è automatica ed è anche molto remunerativa. Come tutte le attività, presenta una certa fiscalità, e quindi una determinata tassazione.

Tuttavia, se paragonata ad altre attività bisogna dire che il trading:

  • È tassato meno, per cui la cosiddetta pressione fiscale è minore;
  • Non ha tasse o imposte fisse (a meno che non si sia titolari di un conto trading con un broker residente all'estero);
  • Le tasse si pagano solo se si guadagna;
  • Gli adempimenti burocratici e fiscali sono notevolmente inferiori: non bisogna aprire la Partita IVA, non bisogna versare i contributi all'INPS e neanche il premio all'INAIL, non bisogna iscriversi alla Camera di Commercio locale nè ad un Albo e così via. In pratica non abbiamo alcun adempimento se non quello di pagare le imposte nel caso in cui guadagnamo.

Ecco quindi un motivo in più per fare del trading una delle proprie attività: la fiscalità e gli adempimenti burocratici sono notevolmente vantaggiosi. Vediamo quindi la fiscalità completa del trading online e del Forex e le relative tasse e imposte da pagare.

Su cosa vengo tassato?

Tassazione sul Trading Online:

Se il 1 Gennaio ho 1.000 euro nel mio conto di trading e il 31 Dicembre sono a 5.000 euro, ecco che ho guadagnato 4.000 euro: su questo guadagno dovrò pagarci le tasse. Tecnicamente, questo guadagno di 4.000 euro viene definito plusvalenza.

Se invece il 1 Gennaio parto con 1.000 euro e il 31 Dicembre sono a 500 euro, questo significa che durante l'anno ho perso 500 euro, dunque non ho guadagnato nulla, e quindi non dovrò pagare tasse. Tecnicamente, questa perdita di 500 euro viene definita minusvalenza, ed è anch'essa molto importante, dopo vedremo il perchè.

Tassazione sul Forex:

Per quanto riguarda in particolare il Forex, fino a qualche tempo fa c'era un pò di confusione relativamente alla sua tassazione. C'erano infatti alcuni punti da chiarire, come ad esempio il fatto di inquadrare in maniera precisa che tipo di reddito fosse il reddito derivante dal Forex, e sembrava anche che la tassazione delle plusvalenze generate nel Forex scattasse solamente nel momento in cui si avessero nel conto più di 51.645,69 € per almeno 7 giorni lavorativi continui nel periodo d'imposta.

Recentemente l'Agenzia delle Entrate ha fatto finalmente chiarezza su tutti questi argomenti, con la Risoluzione n. 102/E del 25 Ottobre 2011 (la quale annulla quanto espresso sempre dalla stessa Agenzia con la Risoluzione n. 67/E del 6 Luglio 2010). In particolare nella Risoluzione n. 102/E del 25 Ottobre 2011 l'Agenzia delle Entrate relativamente al Forex afferma che:

"Pertanto, si ritiene che i contratti in esame debbano essere ricondotti tra i rapporti di cui all’articolo 67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR, i cui redditi, se percepiti da parte di un soggetto persona fisica, non esercente attività d'impresa, sono soggetti ad imposta sostitutiva a norma dell'articolo 5 del decreto legislativo 21 novembre 1997, n. 461."

Dunque, in estrema sintesi, il Trading e il Forex sono soggetti a tassazione nel momento in cui si verifica una plusvalenza. In pratica a livello fiscale sono la stessa cosa, e di conseguenza se facciamo Forex pagheremo le stesse tasse che paghiamo sul Trading in azioni, nelle materie prime etc.

Vediamo quindi come si fa a capire se durante l'anno di imposta abbiamo prodotto una plusvalenza oppure una minusvalenza. Per farlo, dobbiamo sapere esattamente come si calcola l'imponibile, ovvero l'importo da tassare.

Come calcolo l'imponibile?

È sempre con la Risoluzione n. 102/E del 25 Ottobre 2011 che l'Agenzia delle Entrate chiarisce come calcolare l'imponibile, affermando che:

"Ai sensi dell’articolo 68, comma 8, del TUIR, i suddetti redditi sono costituiti dal risultato che si ottiene facendo la somma algebrica dei differenziali positivi o negativi nonché degli altri proventi od oneri, percepiti o sostenuti, in relazione a ciascuno dei rapporti."

1) Considerare solo le posizioni chiuse durante l'anno di imposta

Dunque, per calcolare l'imponibile nel Forex e più in generale nel Trading, innanzitutto bisogna considerare solamente le posizioni chiuse durante l'anno di imposta, indipendentemente dal risultato ottenuto (guadagno o perdita). Ad esempio se apro due posizioni il 3 Marzo 2015 e una la chiudo il 10 Ottobre 2015 e l'altra il 12 Gennaio 2016, per l'anno di imposta 2015 considererò solamente l'operazione chiusa il 10 Ottobre 2015, proprio perchè ai fini della tassazione conta quando l'operazione è stata chiusa.

2) Considerare anche gli interessi

In secondo luogo, oltre alle plusvalenze e alle minusvalenze, per la base imponibile considererò anche gli interessi percepiti (o versati). Ad esempio se in un anno ho chiuso un'operazione guadagnando 1.000 euro, ne ho chiuso un'altra perdendo 500 euro, ho percepito 10 euro di interessi attivi, e ho versato 3 euro di interessi passivi, ecco che il mio imponibile sarà: 1.000 - 500 10 - 3 = 507 euro.

3) Considerare le minusvalenze degli anni precedenti fino a 4 anni

In terzo luogo, ai sensi dell'articolo 68, comma 5, del TUIR, se siamo in plusvalenza, è possibile abbattere l'imponibile con le minusvalenze sostenute negli anni precedenti, fino ad un massimo di 4 anni. Questo significa che se nel 2014 ho ottenuto una minusvalenza, posso utilizzarla per abbattere le plusvalenze che realizzerò fino al 31-12-2018. Poniamo quindi il caso che nel 2014 ho ottenuto una minusvalenza di 5.000 euro e nel 2015 una plusvalenza di 1.000 euro. Nel 2016 (quando faccio la dichiarazione dei redditi 2015) posso utilizzare 1.000 euro di minusvalenza del 2014 (ovvero la quantità necessaria per portare a 0 euro l'imponibile) per abbattere i 1.000 euro di plusvalenza del 2015, per cui non pagherò neanche un centesimo di tasse, perchè i 1.000 euro di minusvalenza del 2014 sono stati sottratti dai 1.000 euro di plusvalenza del 2015 portando quindi il mio imponibile a 0 euro. Mi resteranno inoltre 4.000 euro di minusvalenza che potrò utilizzare per abbattere le plusvalenze che realizzerò fino al 31-12-2018.

Ora che sappiamo che cosa viene tassato e come si calcola l'imponibile, vediamo a quanto ammontano le imposte da pagare sulla plusvalenza realizzata.

Quanto vengo tassato?

Dal 1° Luglio 2014 l'aliquota di tassazione è pari al 26% (prima era il 20% e prima ancora il 12,50%). Questa aliquota è fissa, dunque non esistono gli scaglioni come nel caso dell'IRPEF. Questo significa che se ho realizzato una plusvalenza di 2.000 euro pagherò 520 euro di imposta, mentre se la plusvalenza è 100.000 euro pagherò 26.000 euro, ovvero sempre il 26% indipendentemente dall'imponibile. Tutto ciò ci conduce direttamente al punto successivo, ovvero come pago questa imposta?

Come vengo tassato?

L'imposta sostitutiva del 26% può essere pagata in due modi: o attraverso il regime amministrato oppure attraverso il regime dichiarativo.

Il Regime Amministrato

Nel regime amministrato è il broker che si occupa della nostra posizione fiscale relativamente al trading. Ciò significa che è il broker che si occupa di calcolare e liquidare le relative imposte e questo viene fatto dopo che chiudiamo una posizione. Ad esempio apriamo una posizione di trading e la chiudiamo incassando un guadagno di 200 euro in tutto: su questi 200 euro di guadagno il broker ci preleva dal conto 52 euro (ovvero il 26% di 200 euro), quindi nel regime amministrato è il broker che calcola e liquida le imposte.

Il Regime Dichiarativo

Nel regime dichiarativo invece siamo noi ad occuparci della nostra posizione fiscale, ciò significa che spetta a noi calcolare e liquidare le relative imposte. Ogni broker infatti ad inizio anno invia al titolare del conto trading un documento ufficiale che riepiloga l'importo finale di tutte le posizioni chiuse durante l'anno precedente. Questo documento in pratica ci dice se durante l'anno precedente abbiamo prodotto una plusvalenza o una minusvalenza. Quindi anche se abbiamo scelto il regime dichiarativo è il broker che si occupa di calcolare le plusvalenze o le minusvalenze, ma siamo noi a dover calcolare la relativa imposta e a doverla liquidare. Quindi in pratica se nel documento che ci invia il broker c'è scritto che durante l'anno precedente abbiamo realizzato una plusvalenza di 3.000 euro, dovremo calcolare l'imposta dovuta e quindi versarla, oltrechè naturalmente dichiarare questi 3.000 euro di plusvalenza nella dichiarazione dei redditi.

Qual è il regime fiscale più conveniente, quello amministrato oppure quello dichiarativo? Apparentemente può sembrare più conveniente optare per il regime amministrato, in quanto deleghiamo la fiscalità del trading, semplificandoci la vita. In realtà, il regime fiscale più conveniente è quello dichiarativo, in quanto con questo regime dovremo pagare le imposte dopo un anno, e quindi avremo la possibilità di reinvestire più capitale, aumentando in questo modo i nostri profitti. Ad esempio apro una posizione il 2 febbraio e la chiudo il 26 febbraio, guadagnando 500 euro. Se ho scelto il regime dichiarativo, incasserò 500 euro e potrò reinvestire tutti questi 500 euro nelle operazioni successive. Se invece ho scelto il regime amministrato, incasserò 500 euro di guadagni, mi verranno prelevati 130 euro (il 26% di 500 euro) e quindi rimarrò con soli 370 euro da reinvestire. Questo nel corso dei mesi e nel corso degli anni crea uno squilibrio molto elevato tra due trader che operano in regimi fiscali diversi, infatti chi opera in regime dichiarativo a parità di tutto guadagnerà molto di più di chi opera in regime amministrato, proprio perchè potrà reinvestire più capitale.

Come se non bastasse, se dopo l'operazione chiusa in guadagno si verificassero delle perdite, il trader con il regime dichiarativo potrebbe utilizzare questa minusvalenza per abbattere la precedente plusvalenza, mentre il trader con il regime amministrato non potrebbe farlo visto che l'imposta relativa alla plusvalenza precedente è stata già pagata.

Altre tasse e imposte: la Tobin Tax, l'Imposta di Bollo e l'IVAFE

Esistono altre tasse e imposte per chi fa trading, ovvero la Tobin Tax, che colpisce alcune transazioni finanziarie, e l'Imposta di Bollo, che colpisce il conto. Sono entrambe definibili marginali sia perchè è il broker che pensa alla loro liquidazione e sia perchè impattano davvero poco sia in termini assoluti e sia in termini relativi.

La fiscalità finora descritta è la situazione standard per chi ha un conto trading con un broker italiano. Nel caso in cui un trader avesse un conto trading con un broker residente all'estero, come accennato prima è soggetto ad un'ulteriore tassa: l'IVAFE, ovvero l'imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero. L'IVAFE colpisce il denaro detenuto durante l'anno e non il denaro che abbiamo al termine dell'anno. In pratica l'IVAFE è una patrimoniale in quanto colpisce il denaro nel conto trading, e quindi va pagata sia che durante l'anno abbiamo generato una plusvalenza e sia che durante l'anno abbiamo subito una minusvalenza. Anche se non facciamo neanche una operazione di trading durante l'anno, bisogna pagare comunque l'IVAFE.

L'aliquota dell'IVAFE è stata stabilita al 2 per mille, quindi se ho 10.000 euro di giacenza nel conto trading pagherò 20 euro. Il versamento minimo dell'IVAFE è 12 euro, il che significa 6.000 euro di giacenza nel conto trading: dunque sotto i 6.000 euro di giacenza l’IVAFE non è dovuta. Le informazioni relative all'IVAFE e gli obblighi dichiarativi relativi al monitoraggio del conto estero devono essere assolti mediante la compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi indicando gli importi in euro. Nel caso in cui si sia titolari di un conto trading in valuta estera, l'importo deve essere convertito utilizzando un apposito cambio pubblicato ogni anno dall’Agenzia delle Entrate.

Relativamente all'IVAFE c'è ancora molta confusione circa il fatto se è dovuta oppure no da quei trader titolari di un conto con un broker estero ma iscritto alla CONSOB all'elenco delle imprese di investimento comunitarie con succursale, che poi è la situazione in cui si ritrova la maggior parte dei trader italiani. Neanche l'Agenzia delle Entrate si è ancora pronunciata a riguardo. A noi di Borsa e Immobili piace fare chiarezza e anticipare i tempi, ecco perchè abbiamo consultato i principali esperti fiscali italiani del settore, esponendo loro questa situazione: il loro parere è stato che in questa situazione l'IVAFE non è dovuta.

Conclusione

In conclusione possiamo dire che la fiscalità, pur essendo un argomento fastidioso, va conosciuta. Infatti è bene per il trader avere ben chiaro il quadro complessivo dell'imposizione e della tassazione del trading e del Forex, in questo modo il trader potrà ottimizzare le proprie operazioni e quindi il profitto finale, guadagnando di più.

Quello che infine posso consigliarti, oltre al fatto come già detto di operare in regime dichiarativo, è di delegare la fiscalità del trading ad un commercialista, meglio ancora se specializzato. Il costo della sua parcella è irrisorio rispetto ai benefici che può procurarti, e questo vale naturalmente anche per altri tipi di business, non solo per il trading.

Ricordati comunque che in ogni caso la fiscalità non va sottovalutata, perchè bisogna sempre operare in maniera legale. Questo è un pilastro di qualsiasi business in quanto, oltre ad essere prima di tutto un nostro dovere etico, morale e civile, non adempiere agli obblighi di legge alla lunga è controproducente: meglio pagare un uovo oggi che una gallina domani.

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L'Autore: Marco De Carlo
Trader, imprenditore, investitore, formatore. Fondatore di Borsa e Immobili, è autore di diversi videocorsi e libri. Puoi seguirlo su Google+ o su Facebook.



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