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Il complotto della lampadina: Difendiamoci dal consumismo

Verso la fine del secolo scorso il forte progresso industriale aveva creato ricchezza e sviluppo con una forte domanda di prodotti innovativi, tesi a soddisfare nuovi bisogni, servizi e benessere nella popolazione.

Crediti foto: salady

Uno dei prodotti più innovativi richiesti in grosso quantitativo industriale fu senz'altro la lampadina ad incandescenza, le comuni lampade tuttora usate (ora messe al bando dall'Unione Europea) nelle nostre case necessarie ad illuminare le abitazioni di milioni di abitanti delle città oltre a fornire l'illuminazione ad industrie e fabbriche passate a produzioni a cicli di lavoro continui.

Gli ingegneri e i tecnici si cimentarono nella progettazione e realizzazione di prodotti competitivi in grado di soddisfare la pressante domanda. Si arrivò a produrre lampadine che garantivano una durata di 1000 ore e successivamente, con la sperimentazione e migliorando la qualità dei materiali si raggiunse la notevole durata di ben 2500 ore. Tutti contenti a celebrare il progresso tecnologico in grado di migliorare la qualità della vita dell'uomo?

Ma neanche per sogno! Infatti a quel punto accadde una situazione che a prima vista può sembrare paradossale. Le aziende produttrici dell'appetibile prodotto desiderose di controllare il mercato per ottenere lauti guadagni, si resero subito conto che una tale situazione avrebbe rappresentato un gigantesco disastro economico. Si pensi che, subito qualche anno dopo, si arrivò a progettare una lampadina della durata di 100.000 ore (mai entrata in produzione) ed una lampadina a filamento ad incandescenza che accesa ininterrottamente dal 1901 è ancora funzionante dopo ben 113 anni!

A questo punto, i maggiori produttori si organizzarono in "Cartello" con l'obiettivo di controllare l'intero settore dell'illuminazione. Stabilirono che la durata delle lampadine non dovesse superare le 1000 ore e l'applicazione di sanzioni economiche per quei produttori che non si fossero adeguati a tale normativa. Tale logica fu applicata anche ad altri prodotti riproducendo un modello di iperproduzione consumistico man mano raffinatosi con il passare del tempo. Attualmente ai nostri giorni esso si basa principalmente su 3 condizioni:

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  1. La pubblicità tesa a renderci insoddisfatti del vecchio e a farci desiderare il nuovo;
  2. Il credito teso a fornirci il denaro pronto per l'acquisto;
  3. L'obsolescenza programmata tesa a rendere precocemente vecchio ed inutilizzabile un prodotto commerciale.

A portarci a tale condizionamento sono i media che investono tutti noi nell'intero corso della nostra vita. A questo punto una domanda sorge spontanea:

Come liberarci da questo condizionamento mediatico?

Dato che questo fenomeno è presente in tutti i settori, dalla moda all'informatica, dalla tecnologia fino ad arrivare agli oggetti di uso quotidiano, molte persone ne sono "schiave". Ne vale veramente la pena, oppure molti di questi soldi spesi potrebbero essere risparmiati o meglio ancora investiti?

Limitare le spese, soprattutto quelle superflue, è il primo passo per avere a disposizione piccoli (ma anche grandi) capitali da investire. Anche il più piccolo risparmio è sempre un altro guadagno, diceva Zio Paperone.

Molte persone si lamentano della propria condizione economica, eppure non fanno altro che spendere i propri soldi in passività, e spesso parliamo di beni superflui. Peggio ancora c'è chi non arriva a fine mese pur di permettersi il macchinone. È giusto rinunciare ai bisogni primari per toglierci degli sfizi in bisogni secondari?

La prossima volta che acquisti un bene chiediti se ti è strettamente necessario. Se non lo è, risparmia, avrai presto un capitale (più o meno grande) da investire.

Proviamo a esercitare la nostra autonomia di pensiero che tradotto in pratica significa pensare ed agire col proprio cervello, senza condizionamenti esterni.

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L'Autore: Andrea De Carlo
Freelance e investitore. Puoi seguirlo su Google+ o su Facebook.



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